Eliminativismo: Churchland e la mente come folk theory
Phlogiston, calorico, etere luminifero, umori ippocratici, miasmi, vis vitalis. Sei teorie. Tutte, nel loro tempo, hanno organizzato l’esperienza, predetto fatti, spiegato anomalie. Tutte sono state sostituite — non riformulate, non riarticolate sotto altro nome, ma cancellate dall’inventario di ciò che esiste. Nel febbraio del 1981 il filosofo canadese Paul M. Churchland pubblica nel Journal of Philosophy un articolo di ventiquattro pagine in cui propone di aggiungere un settimo elemento alla lista: l’apparato di credenze, desideri, intenzioni, paure e speranze con cui da millenni descriviamo la mente.
Perché questo capitolo
Sezione intitolata “Perché questo capitolo”L’eliminativismo materialista è la posizione meno accomodante in filosofia della mente. Non sostiene che la coscienza sia difficile da spiegare (come il hard problem). Non sostiene che la coscienza sia una proprietà fondamentale del reale (come il panpsichismo). Non sostiene neppure che gli stati mentali siano identici a stati cerebrali (come l’identity theory).
Sostiene qualcosa di più drastico. Gran parte di ciò che chiamiamo “mentale” — credenze, desideri, intenzioni, le entità con cui spieghiamo l’agire umano — semplicemente non esiste, nello stesso senso in cui non esiste il flogisto. Esiste l’organizzazione neurale del cervello. E quando avremo una neuroscienza compiuta, le categorie del senso comune verranno sostituite, non ridotte.
La posizione è interessante per tre motivi indipendenti dalla sua plausibilità ultima.
Primo, costringe a chiarire cosa significhi “ridurre” una teoria a un’altra. La differenza fra calore-come-energia-cinetica (riduzione che preserva l’ontologia) e flogisto-come-niente (sostituzione che la cancella) è centrale per qualunque programma naturalistico. Senza questa distinzione il dibattito mente-corpo gira a vuoto fra slogan opposti.
Secondo, mette al banco delle imputate la folk psychology — l’apparato concettuale ordinario sul mentale — trattandola come una teoria empirica e non come dato indiscutibile. È una mossa che ha cambiato il modo di discutere il mentale anche fra chi la rifiuta: anche i difensori di folk psychology oggi la difendono come teoria empiricamente solida, non come struttura a priori della ragione.
Terzo, ha legato la propria sorte a un’architettura cognitiva alternativa — il connessionismo — sollevando una domanda che torna oggi in forma rinnovata. Se sistemi competenti sul comportamento intelligente non sembrano organizzati attorno a stati proposizionali identificabili, cosa resta della spiegazione intenzionale?
Il capitolo presuppone la lettura di funzionalismo e computazionalismo: l’eliminativismo si configura come alternativa proprio rispetto a queste posizioni. Utile anche intenzionalita, perché l’eliminativismo è prima di tutto una negazione dell’intenzionalità del senso comune.
Contesto
Sezione intitolata “Contesto”Tre cose vanno ricostruite.
La filiazione che porta da Sellars 1956 a Churchland 1981. Le figure di Paul e Patricia Churchland e la loro divisione del lavoro. La collocazione dell’eliminativismo nella mappa delle posizioni materialiste degli anni ‘70-‘80.
La linea Sellars — Feyerabend — Rorty — Churchland
Sezione intitolata “La linea Sellars — Feyerabend — Rorty — Churchland”L’eliminativismo non nasce con Churchland. La filiazione (intesa come discendenza storica documentata da paper espliciti, non come analogia retrospettiva) attraversa quattro tappe.
Wilfrid Sellars (filosofo americano, 1912-1989, professore a Pittsburgh, una delle figure centrali della filosofia analitica del Novecento) pubblica nel 1956 “Empiricism and the Philosophy of Mind” (in Minnesota Studies in the Philosophy of Science I, ristampato in volume da Harvard University Press 1997).
Il saggio contiene il famoso “myth of Jones”. Sellars immagina una comunità antropologica che parla di comportamento senza vocabolario mentalistico. Un teorico chiamato Jones introduce, come ipotesi esplicativa, l’idea di stati interni — pensieri — che sarebbero le cause non osservabili del comportamento osservabile.
Folk psychology, nella ricostruzione di Sellars, è esattamente questa: una teoria storicamente costruita, empiricamente inferita, in linea di principio rivedibile come qualunque teoria scientifica. Sellars stesso non è eliminativista — tiene la teoria. Ma stabilisce il modo di vederla. Senza questa mossa, il passo successivo non sarebbe stato pensabile.
Paul Feyerabend (filosofo della scienza austriaco-americano, 1924-1994, Berkeley e Zurigo, noto soprattutto per Against Method 1975) pubblica nel 1963 “Materialism and the Mind-Body Problem” (Review of Metaphysics 17, pp. 49-66). Feyerabend sostiene che fra i predicati mentali del senso comune (“crede che”, “desidera che”) e i predicati neurali della scienza del cervello c’è incommensurabilità semantica: i due vocabolari significano cose troppo diverse perché si possa identificare gli uni con gli altri. Conclusione: vanno sostituiti, non ridotti. È la prima formulazione esplicitamente eliminativista.
Richard Rorty (filosofo americano, 1931-2007, Princeton e poi Stanford, autore poi di Philosophy and the Mirror of Nature 1979) pubblica nel 1965 “Mind-Body Identity, Privacy, and Categories” (Review of Metaphysics 19, pp. 24-54). La sua “disappearance theory” predice che gli stati mentali svaniranno dal nostro discorso teorico nello stesso modo in cui sono svaniti il flogisto e le streghe: quando un vocabolario teorico migliore diventa disponibile, il vecchio non viene tradotto, viene semplicemente abbandonato.
Paul M. Churchland (filosofo della scienza canadese, 1942-, professore a UC San Diego dal 1984, formatosi a Toronto e Pittsburgh) raccoglie questa linea e la articola in forma matura.
In Scientific Realism and the Plasticity of Mind (Cambridge University Press, 1979) costruisce la base epistemologica: il nostro vocabolario osservativo è teorico-impregnato e quindi rivedibile.
L’articolo del 1981 — “Eliminative Materialism and the Propositional Attitudes”, Journal of Philosophy 78, pp. 67-90 — è l’enunciazione canonica della posizione. Matter and Consciousness (MIT Press / Bradford Books, prima edizione 1984, terza 2013) la fissa come voce di manuale.
Paul e Patricia Churchland: divisione del lavoro
Sezione intitolata “Paul e Patricia Churchland: divisione del lavoro”Due nomi, un programma. Patricia Smith Churchland (filosofa della mente canadese, 1943-, professoressa emerita a UC San Diego, MacArthur Fellow nel 1991, formatasi a Oxford con Gilbert Ryle e Peter Strawson) pubblica nel 1986 Neurophilosophy: Toward a Unified Science of the Mind-Brain (MIT Press / Bradford Books).
Il libro fa due cose. Introduce sistematicamente la neuroscienza al pubblico filosofico — tre capitoli iniziali coprono neurofisiologia, anatomia del sistema nervoso centrale, neuropsicologia clinica. E articola la cornice di intertheoretic reduction: la teoria filosofica di come una teoria scientifica si rapporta a un’altra che la sostituisce.
La divisione del lavoro fra i due Churchland è leggera. Paul è più sul versante filosofia della scienza e teoria delle teorie: come si confrontano programmi di ricerca, cosa significa rivedere un vocabolario osservativo, dove finisce la riduzione e inizia la sostituzione.
Patricia è più sul versante neuroscienza dettagliata: cosa fa il sistema nervoso centrale, quali risultati sperimentali contano, come integrare neurofisiologia e psicologia. A Neurocomputational Perspective (MIT Press / Bradford Books, 1989) di Paul è la sintesi che unisce le due metà — eliminativismo filosofico più connessionismo come architettura sostitutiva.
Patricia, nel libro divulgativo Touching a Nerve: The Self as Brain (W. W. Norton, 2013), smussa la retorica eliminativista degli anni ‘80. Il libro non parla di “eliminazione” ma di una continuità fra esperienza personale e organizzazione neurale.
È un movimento tipico delle posizioni filosofiche radicali con un’etichetta forte: la sostanza resta, la presentazione si addolcisce.
La mappa delle posizioni materialiste
Sezione intitolata “La mappa delle posizioni materialiste”Per situare l’eliminativismo serve la mappa. Il materialismo in filosofia della mente, nel ventennio 1955-1975, articola tre opzioni principali.
L’identity theory (J. J. C. Smart, “Sensations and Brain Processes”, Philosophical Review 1959; U. T. Place, “Is Consciousness a Brain Process?”, British Journal of Psychology 1956) sostiene che gli stati mentali sono stati cerebrali, nello stesso senso in cui l’acqua è H2O.
Il vocabolario mentale e quello neurale parlano della stessa cosa con nomi diversi.
Il funzionalismo (Hilary Putnam, “The Nature of Mental States”, 1967; Jerry Fodor, The Language of Thought, 1975) sostiene che gli stati mentali sono caratterizzati dal loro ruolo causale-funzionale, non dalla loro implementazione fisica. Una credenza è qualunque cosa giochi il ruolo causale di una credenza, indipendentemente dal substrato.
L’eliminativismo rifiuta entrambe le opzioni.
Non c’è identità da stabilire (perché folk psychology è falsa, e una teoria falsa non identifica nulla) né ruolo funzionale da preservare (perché i ruoli funzionali postulati da folk psychology sono caratterizzazioni di entità inesistenti).
La mossa è radicale: spostare la questione da “come ridurre il mentale al fisico” a “esiste davvero il mentale come folk psychology lo descrive?”.
L’intuizione
Sezione intitolata “L’intuizione”Due angoli per l’eliminativismo, complementari ma con accenti diversi.
Il primo è l’analogia storica con le teorie sostituite. Il secondo è il contrasto strutturale fra come folk psychology rappresenta la cognizione e come il cervello sembra effettivamente lavorare.
Angolo 1 — La lista delle teorie cancellate
Sezione intitolata “Angolo 1 — La lista delle teorie cancellate”Mettere in fila le teorie che sono state sostituite, non ridotte.
Il flogisto (Georg Stahl, primi del Settecento) era una sostanza ipotetica che lasciava i corpi durante la combustione. Spiegava perché il legno bruciato perdeva peso. In realtà non lo perde, guadagna ossigeno: la chimica di Lavoisier negli anni 1770 cancella il flogisto.
Il calorico era un fluido sottile che si supponeva fluisse dai corpi caldi a quelli freddi, spiegando la propagazione del calore. La termodinamica statistica della seconda metà dell’Ottocento lo sostituisce con l’energia cinetica delle molecole.
L’etere luminifero era il medium attraverso cui si propagavano le onde luminose. L’esperimento di Michelson-Morley del 1887 e poi la relatività speciale di Einstein del 1905 lo cancellano.
I quattro umori ippocratici (sangue, flemma, bile gialla, bile nera) spiegavano la salute e il temperamento per oltre due millenni. La medicina cellulare di Rudolf Virchow nell’Ottocento li abolisce.
In tutti questi casi i predecessori non sono stati identificati con qualcosa di nuovo (come è successo per il calore, identificato con energia cinetica). Sono stati cancellati. La scienza successore ha un vocabolario diverso, un’ontologia diversa, e nessuna entità della teoria precedente trova un corrispondente nella teoria successiva.
L’eliminativismo Churchland fa una scommessa induttiva (classe di affermazione: analogia storica con valore induttivo, non filiazione né equivalenza). Folk psychology, vista come teoria empirica, avrebbe lo stesso profilo del flogisto: nucleo postulato di entità interne (credenze, desideri); leggi di copertura tacite; certo successo predittivo locale; nessun progresso sostanziale in due millenni; nessun aggancio dimostrato con il sostrato fisico. Per coerenza induttiva con i precedenti, l’esito atteso è la sostituzione.
L’analogia è esplicita in Churchland: “the case for eliminative materialism rests on its prediction that the conceptual framework of folk psychology will share the fate of the conceptual frameworks of alchemy, witchcraft, demonic possession, phlogiston theory, and the geocentric astronomy”. L’argomento non è una prova; è una valutazione comparativa di programmi di ricerca, che porta a una predizione probabilistica.
Angolo 2 — Il contrasto strutturale con il cervello
Sezione intitolata “Angolo 2 — Il contrasto strutturale con il cervello”Il secondo angolo è meno storico e più strutturale. Folk psychology rappresenta la cognizione come articolata in stati discreti, identificabili, ciascuno con un contenuto proposizionale specifico. La credenza “Roma è la capitale d’Italia” è un’entità singolare, distinta dalla credenza “Parigi è la capitale di Francia”. Si possono attribuire, sottrarre, modificare individualmente. La struttura combinatoria del linguaggio mentale ricalca quella del linguaggio naturale.
Il cervello non sembra fatto così. Le memorie e i pattern cognitivi sono codificati in modo distribuito su grandi popolazioni di neuroni: nessun singolo neurone rappresenta “Roma è la capitale d’Italia”, e cambiando un singolo neurone non si modifica una specifica credenza. Le rappresentazioni si sovrappongono, si interferiscono, si trasformano gradualmente con l’apprendimento. L’unità di analisi naturale al livello del sostrato non è la proposizione, è il pattern di attivazione.
Il punto Churchland: se l’organizzazione effettiva è di questo tipo, allora gli stati postulati da folk psychology — entità discrete, contenuto proposizionale, identità individuale — semplicemente non hanno controparti nel sostrato. Non c’è nulla nel cervello che corrisponda alla credenza che p come entità individuata. La conclusione: folk psychology si riferisce a entità che non esistono, esattamente come le teorie del flogisto si riferivano a una sostanza che non esisteva.
L’argomento è più forte se la cognizione è organizzata in modo realmente distribuito (architettura connessionista pura) e più debole se la cognizione è organizzata in modo simbolico implementato su sostrato neurale (architettura simbolica classica con implementazione distribuita). La discussione della meccanica entra esattamente in questo punto.
La meccanica
Sezione intitolata “La meccanica”Tre cose da articolare meccanicamente.
I tre argomenti dell’articolo del 1981. La teoria dell’intertheoretic reduction di Patricia Churchland. Il legame con il connessionismo.
I tre argomenti dell’articolo del 1981
Sezione intitolata “I tre argomenti dell’articolo del 1981”Churchland 1981 difende l’eliminativismo con tre considerazioni indipendenti ma cumulative.
Considerazione 1 — Folk psychology è una teoria, non struttura a priori.
Le pratiche di attribuzione di stati mentali soddisfano i criteri standard di una teoria empirica. Postulano entità interne non osservabili (gli stati proposizionali) come cause del comportamento osservabile.
Legano queste entità per via di leggi quasi-nomologiche tacite: se X crede che p e desidera q, e q richiede p, allora X tenderà a fare azioni che producono p. Producono predizioni testabili e spiegazioni causali del comportamento.
La struttura è quella di una teoria scientifica modesta — non qualitativamente diversa, dice Churchland, dalla genetica mendeliana prima della scoperta del DNA.
Questo punto è cruciale e va spiegato con cura. La maggior parte delle critiche all’eliminativismo lo accusano di non capire la grammatica del mentale: credenze e desideri non sarebbero ipotesi teoriche, sarebbero strutture concettuali costitutive di cosa significa essere una persona.
Churchland ribatte che questa “ovvietà” della folk psychology è esattamente il tipo di ovvietà che caratterizza le teorie incorporate nel linguaggio comune. Anche il geocentrismo era ovvio finché non lo è più stato. Anche il flogisto sembrava la spiegazione naturale finché Lavoisier non ha proposto un’alternativa. L’ovvietà di una teoria, da sola, non è un argomento contro la sua revisione.
Considerazione 2 — Folk psychology come teoria è stagnante e debole. Churchland elenca i fallimenti esplicativi.
Folk psychology non spiega il sonno: perché dormiamo, cosa accade durante il sonno REM, perché privarsene danneggia il funzionamento cognitivo. Non spiega l’apprendimento: come si forma una nuova abilità motoria, perché certi schemi si consolidano e altri no.
Non spiega la memoria: perché ricordiamo certe cose e non altre, perché i ricordi cambiano col tempo, perché ricordiamo meglio sotto certi stati emotivi. Non spiega la malattia mentale: cosa sia depressione, schizofrenia, ossessione, in termini di meccanismi piuttosto che in termini di descrizioni sintomatiche.
Non spiega la percezione visiva: come dal pattern retinico arriviamo all’esperienza di un mondo tridimensionale stabile. Non spiega la coordinazione motoria, l’intelligenza differenziale, la creatività, il linguaggio.
La sua copertura esplicativa coincide grossolanamente con ciò che era spiegabile con essa due millenni fa.
Una teoria che non avanza in due millenni, dice Churchland prendendo a prestito il vocabolario di Imre Lakatos (filosofo della scienza ungherese, 1922-1974, LSE, autore di The Methodology of Scientific Research Programmes, Cambridge University Press 1978), è un programma di ricerca degenerativo. Lakatos distingue programmi progressivi (le cui modifiche teoriche prevedono fenomeni nuovi che si confermano) da programmi degenerativi (le cui modifiche servono solo a salvare il nucleo da anomalie). Folk psychology, in questa griglia, è degenerativa.
L’argomento è contestabile su un punto importante. Folk psychology non è una teoria scientifica nel senso lakatosiano — non ha riviste, non ha esperimenti formali, non ha un programma di ricerca esplicito. Applicarle gli standard valutativi delle teorie scientifiche è una scelta metodologica, non un fatto. La risposta Churchland è che se si rifiuta di applicare quegli standard, allora folk psychology esce dal terreno della valutazione empirica e diventa irrefutabile per stipulazione — il che però le toglie anche la pretesa di essere descrizione veridica di come stanno le cose.
Considerazione 3 — L’analogia storica con le teorie cancellate. Già discussa nell’angolo intuitivo.
Churchland richiama esplicitamente la sequenza alchimia, flogisto, calorico, etere, umori, geocentrismo. L’argomento è induttivo: tutte queste teorie con un certo successo predittivo locale sono state sostituite, non ridotte; folk psychology ha lo stesso profilo; per coerenza induttiva, dovremmo aspettarci sostituzione.
La conclusione dell’articolo non è un decreto. È una scommessa sull’esito futuro della neuroscienza.
Churchland è esplicito che la sostituzione potrebbe non avvenire — folk psychology potrebbe rivelarsi parzialmente riducibile, alcune sue categorie potrebbero corrispondere abbastanza bene a strutture neurali da meritare conservazione. Ma la previsione informata, dato il pattern delle teorie del passato, è l’eliminazione.
Intertheoretic reduction (Patricia Churchland)
Sezione intitolata “Intertheoretic reduction (Patricia Churchland)”Patricia Churchland, in Neurophilosophy 1986 (parte II, capitoli 7-8), articola la teoria filosofica del rapporto fra teorie successive.
L’idea base è che il rapporto teoria-successore-teoria non sia binario (riduzione vs sostituzione) ma stia su un continuum.
Un caso lo si può schematizzare così. Sia una teoria vecchia (old) e una teoria nuova (new). Un termine di può essere in tre rapporti con :
(a) Riduzione liscia. ha un corrispondente preciso in , e le leggi di in cui figura sono derivabili dalle leggi di con poche correzioni minori. Esempio: “calore” si riduce a “energia cinetica media molecolare”. La teoria del calore non sparisce, viene riarticolata.
(b) Riduzione con revisione consistente. ha un corrispondente in ma il corrispondente è diverso dall’idea originale di in modi sostanziali. Esempio: “gene” della genetica mendeliana si raccorda al “gene” della biologia molecolare, ma il concetto è cambiato (un gene molecolare non è più una unità unitaria di trasmissione, è una sequenza di DNA con confini e regolazione complicati). Rimangono assi di traduzione, ma con perdita di contenuto.
(c) Sostituzione (eliminazione). non ha alcun corrispondente in . spiega in modo diverso i fenomeni che spiegava con . Esempio: “flogisto” non corrisponde a niente nella chimica moderna; “etere” non corrisponde a niente nella relatività; “umori” non corrispondono a niente nella medicina cellulare. Cancellazione.
In parole povere, questo schema dice: il rapporto fra teorie successive non è solo “una è più giusta dell’altra”; è una negoziazione termine per termine, in cui alcuni termini sopravvivono con piccole correzioni, altri sopravvivono molto modificati, altri ancora vengono cancellati. Folk psychology, secondo Patricia Churchland, sarà probabilmente un misto: termini come “memoria” e “attenzione” hanno già controparti neurali identificabili e si stanno raffinando (caso b); termini come “credenza” e “desiderio” sembrano essere classificati male e candidati a sparire (caso c).
Questa articolazione mitiga la versione forte dell’eliminativismo. Non si tratta di abbandonare in blocco il vocabolario mentale; si tratta di rivedere termine per termine, lasciando che la neuroscienza decida quali categorie hanno aggancio e quali no.
Il legame con il connessionismo
Sezione intitolata “Il legame con il connessionismo”Negli anni 1986-1989 succede una cosa che cambia il contesto. Esce Parallel Distributed Processing: Explorations in the Microstructure of Cognition (David Rumelhart, James McClelland e PDP Research Group, 2 volumi, MIT Press 1986).
Il volume è il manifesto del connessionismo: l’approccio alla modellazione cognitiva basato su reti di unità semplici interconnesse, dove l’apprendimento avviene per modifica graduale dei pesi sinaptici e l’informazione è codificata in pattern di attivazione distribuita.
Paul Churchland, in A Neurocomputational Perspective (MIT Press / Bradford Books, 1989), aggancia esplicitamente il programma eliminativista al connessionismo. L’argomento è in tre passi.
Primo: folk psychology assume che la cognizione sia organizzata attorno a stati discreti con contenuto proposizionale. La credenza che p è un’entità individuata, distinta dalla credenza che q.
Secondo: il connessionismo modella la cognizione come pattern di attivazione distribuita su grandi popolazioni di unità. Nessuna unità corrisponde a una specifica proposizione; il “contenuto” è diluito su migliaia di pesi che codificano simultaneamente molte proposizioni e nessuna in particolare.
Terzo: se l’architettura cognitiva reale è connessionista — e il cervello sembra esserlo, almeno al livello della microstruttura — allora gli stati di folk psychology non hanno controparti nel sostrato. Non esiste, nel cervello, un’entità individuata che sia “la credenza che Roma è la capitale”. Esiste un pattern di attivazione che, a un livello descrittivo grossolano, può essere riassunto come “il sistema risponde come se credesse che Roma è la capitale”. Ma la riassunzione è una comoda finzione predittiva, non una descrizione veridica della struttura interna.
L’argomento ha la formulazione filosofica più nitida in William Ramsey, Stephen Stich, Joseph Garon, “Connectionism, Eliminativism, and the Future of Folk Psychology” (Philosophical Perspectives 4, 1990, pp. 499-533).
I tre autori sostengono che le reti distribuite forniscono un esempio concreto di sistema cognitivamente competente in cui non si possono localizzare singole proposizioni: l’architettura folk-psicologica non è implementata, è abolita.
La replica di Jerry Fodor (filosofo della mente americano, 1935-2017, Rutgers, autore di The Language of Thought, Crowell 1975) e Zenon Pylyshyn (scienziato cognitivo canadese, 1937-2022) è in “Connectionism and Cognitive Architecture: A Critical Analysis” (Cognition 28, 1988, pp. 3-71). Loro fanno due osservazioni decisive.
Prima: una rete connessionista può implementare un’architettura simbolica. Il fatto che i simboli non siano localizzati in singole unità non significa che non ci siano.
Un computer digitale codifica una stringa “gatto” in un pattern di bit distribuito su molte celle di memoria. Nessun singolo bit è “la stringa gatto”. Eppure la stringa esiste come oggetto computazionale identificabile e operazionalmente individuato. La distribuzione fisica non implica la sparizione del livello simbolico.
Seconda: la cognizione umana ha proprietà strutturali che richiedono un’architettura simbolica con stati discreti, identificabili, riarticolabili.
La systematicity: chi pensa “John ama Mary” può pensare “Mary ama John”; chi capisce “il gatto sul tappeto” capisce “il tappeto sul gatto”. La productivity: capacità di formare un numero illimitato di pensieri da un lessico finito di concetti.
Le reti connessioniste pure (senza struttura simbolica implementata) faticano sistematicamente a modellare queste proprietà. Se la cognizione è sistematica e produttiva, l’architettura sottostante non può essere puramente distribuita.
Lo scambio Fodor-Pylyshyn vs Churchland-Ramsey-Stich-Garon è uno dei punti di rottura più produttivi della filosofia della mente degli anni ‘80-‘90. Non si è chiuso.
La forma forte dell’argomento eliminativista dipende dalla validità dell’argomento connessionista, che a sua volta dipende dalla capacità delle reti distribuite di rendere conto di systematicity e productivity senza implementare strutture simboliche — una questione tecnica ancora aperta.
Tre esempi per fissare la posizione, eterogenei come richiesto dal registro.
Uno storico-paradigmatico, uno clinico, uno computazionale.
Esempio 1 — Il flogisto come precedente paradigmatico
Sezione intitolata “Esempio 1 — Il flogisto come precedente paradigmatico”Il caso del flogisto è il singolo esempio più citato da Churchland, e merita di essere ripercorso in dettaglio perché stabilisce esattamente cosa significhi “sostituzione” contro “riduzione”.
La teoria del flogisto è formulata da Georg Stahl (chimico tedesco, 1659-1734) all’inizio del Settecento e domina la chimica europea per circa settant’anni.
Il flogisto è una sostanza ipotetica, presente nei corpi combustibili, che viene rilasciata durante la combustione. Spiega molte cose: perché legna e carbone si trasformano in cenere e fumo (perdono flogisto); perché i metalli, scaldati, formano calci (perdono flogisto); perché i metalli si possono “rivivificare” dalle calci scaldandole con carbone (riassorbono flogisto dal carbone).
La teoria ha successo predittivo locale, è insegnata nelle università, organizza la ricerca chimica per decenni.
Antoine Lavoisier (chimico francese, 1743-1794) negli anni 1770-1780 conduce una serie di esperimenti gravimetrici di precisione. Scopre che i metalli, scaldati in aria, guadagnano peso, non lo perdono.
Se la combustione fosse rilascio di flogisto, il peso dovrebbe diminuire. La teoria del flogisto si difende per qualche tempo (alcuni propongono che il flogisto abbia “peso negativo”), ma la mossa è proprio quella che Lakatos chiamerà “degenerativa”: modifiche ad hoc per salvare il nucleo.
Lavoisier propone una teoria diversa: la combustione è combinazione con ossigeno (un gas che lui isola e nomina). I metalli scaldati guadagnano peso perché si combinano con ossigeno. La calcinazione è ossidazione.
La teoria di Lavoisier non include il flogisto in una forma rivista. Lo cancella. Nel vocabolario della chimica successiva, “flogisto” non corrisponde a niente. Non è stato ridotto a “ossigeno con segno opposto”; è stato eliminato.
Il punto Churchland: lo stesso pattern logico potrebbe applicarsi a “credenza”. Nella neuroscienza matura, “credenza che p” potrebbe non corrispondere a niente — non per essere stata ridotta a un pattern neurale specifico, ma per essere stata semplicemente eliminata, con i fenomeni che spiegava (la regolarità del comportamento intenzionale) ridescritti in termini diversi.
L’analogia (classe di affermazione: analogia, non equivalenza) è tutto ciò che l’argomento richiede. La sua forza dipende da quanto i due casi siano davvero simili — questione dibattuta.
Esempio 2 — Il caso clinico: sindrome di Capgras
Sezione intitolata “Esempio 2 — Il caso clinico: sindrome di Capgras”Un esempio clinico mostra la presa empirica della prospettiva neurofilosofica.
La sindrome di Capgras è un disturbo neuropsichiatrico raro in cui il paziente riconosce visivamente i volti di familiari e amici, ma è convinto che siano stati sostituiti da impostori. Riconosce sua moglie come “qualcuno che assomiglia a mia moglie” e insiste che la donna davanti a lui non è davvero lei, anche se è identica.
Folk psychology offre, su questo, una descrizione povera. Si può dire che il paziente “ha la falsa credenza che sua moglie sia stata sostituita”.
Ma la descrizione non spiega nulla. Non spiega perché il paziente formi quella credenza specifica, perché la mantenga contro evidenza schiacciante, perché il riconoscimento visivo sia preservato e il senso di familiarità no. Il vocabolario folk-psicologico (“crede che”, “non si fida di”) classifica la sindrome come una variante di paranoia, e si ferma lì.
La neuropsicologia cognitiva, sviluppata da Hadyn Ellis e Andrew Young in “Accounting for delusional misidentifications” (British Journal of Psychiatry 157, 1990), propone una spiegazione diversa.
Nella percezione facciale ci sono due vie parallele. Una via di riconoscimento visivo (chi è la persona) e una via affettiva (la risposta emotiva di familiarità verso le persone note).
Nella sindrome di Capgras la via visiva è preservata e la via affettiva è interrotta. Il paziente vede chi è la persona, ma non sente l’attivazione emotiva caratteristica del riconoscimento di un caro. Per dare senso a questa dissociazione, costruisce post hoc l’ipotesi del sostituto.
L’argomento per la prospettiva eliminativista è questo. La descrizione folk-psicologica (“crede che sua moglie sia un impostore”) tratta una falsa credenza come un’unità omogenea da spiegare. La descrizione neuropsicologica decompone il fenomeno in due vie, una preservata e una interrotta.
La seconda spiega; la prima si limita a etichettare. Patricia Churchland userebbe questo come un caso di intertheoretic refinement con revisione: alcune categorie folk (riconoscimento) sopravvivono raffinate, altre (la “credenza delirante”) si rivelano come artefatti narrativi che mascherano una struttura sottostante diversa.
Casi simili abbondano. La prosopagnosia (incapacità di riconoscere volti pur vedendo bene). Il blindsight (risposte motorie corrette a stimoli visivi che il soggetto nega di vedere). La sindrome dell’arto fantasma. In ciascuno, il vocabolario folk-psicologico fa una descrizione povera e la neuroscienza ne fa una più articolata.
L’argomento eliminativista è che questo pattern, esteso, suggerisce che il vocabolario folk sia complessivamente troppo grossolano.
Esempio 3 — Reti distribuite e contenuto non localizzato
Sezione intitolata “Esempio 3 — Reti distribuite e contenuto non localizzato”Un esempio computazionale chiude.
Si consideri una piccola rete neurale che ha imparato a riconoscere cifre manoscritte. La rete ha qualche migliaio di pesi sinaptici, addestrati con backpropagation su un dataset di immagini etichettate. Dopo l’addestramento, la rete classifica con buona precisione cifre nuove.
Domanda: dov’è, dentro la rete, la “rappresentazione” della cifra “7”?
Si può fare l’esperimento: cancellare un singolo peso, vedere cosa cambia. Risposta: nulla di specifico. Le prestazioni degradano leggermente sull’intero dataset, non smette di riconoscere il “7” specificamente.
Cancellare dieci pesi: degradazione generalizzata, ancora non specifica. Cancellare cento pesi: la rete inizia a sbagliare in modo distribuito, alcune cifre più di altre, ma non c’è una corrispondenza netta fra peso cancellato e cifra specifica persa.
Il “concetto di 7” nella rete non è localizzato in nessun posto. È implementato come pattern di attivazione che emerge in risposta a certi input visivi, ed è codificato implicitamente nella distribuzione dei pesi.
Si può dire, dall’esterno, “la rete crede che questa immagine sia un 7” — è una utile descrizione predittiva. Ma all’interno non c’è una “credenza che 7” come entità individuata.
Il punto generalizzato Churchland: se il cervello opera in modo strutturalmente simile — e l’evidenza neuroscientifica suggerisce che, almeno per molte funzioni, lo faccia — allora le entità di folk psychology hanno lo stesso statuto della “rappresentazione del 7” nella rete: descrizioni predittive comode dall’esterno, non oggetti reali individuati nella struttura interna.
L’esempio è ovviamente una versione semplificata. Reti più grandi possono sviluppare unità con specializzazioni leggibili — filtri di Gabor in primi strati di reti convoluzionali, “neuroni concetto” in reti grandi. La storia non è puramente “tutto distribuito ovunque”. Ma il punto strutturale resta: l’architettura non rispetta la grana folk-psicologica.
Applicazioni pratiche
Sezione intitolata “Applicazioni pratiche”Tre aree in cui la prospettiva eliminativista ha avuto presa pratica e in cui torna nella discussione contemporanea.
Neuroscienza della malattia mentale. La caratterizzazione delle malattie psichiatriche in termini folk-psicologici (“ha pensieri ossessivi”, “crede che gli altri lo perseguitino”) sta cedendo terreno a caratterizzazioni neurali più articolate.
Il Research Domain Criteria (RDoC), framework lanciato dal National Institute of Mental Health statunitense nel 2010, esplicitamente riarticola le categorie diagnostiche su dimensioni neuro-comportamentali — sistemi di valenza positiva e negativa, sistemi cognitivi, sistemi sociali, sistemi di arousal — anziché su sindromi nominate folk-psicologicamente. La direzione del programma è quella che Patricia Churchland sostiene da quattro decenni.
Neuroethics. Il termine neuroethics (etica delle neuroscienze) è stato coniato e popolarizzato da William Safire nel 2002 e poi disciplinato da Judy Illes, Patricia Churchland stessa e altri.
Il programma è applicare i risultati delle neuroscienze a questioni etiche tradizionali — libero arbitrio, responsabilità, identità personale — esattamente l’agenda neurofilosofica. Patricia Churchland in Braintrust: What Neuroscience Tells Us About Morality (Princeton University Press, 2011) sviluppa una teoria naturalistica della moralità basata su sistemi cerebrali di attaccamento e cura.
La cornice è eliminativista in senso debole: non abolisce il vocabolario morale, ma lo riarticola su base neurale.
Sistemi neurali artificiali e attribuzione intenzionale. Questo è il punto più vivo nella discussione contemporanea.
Sistemi basati su deep learning producono comportamenti competenti su compiti che richiedono apparente comprensione. Si tende ad attribuire loro stati intenzionali (“il modello pensa che”, “crede che”, “vuole che”).
L’argomento eliminativista, applicato a questi sistemi, suggerisce che l’attribuzione intenzionale è una strumentalità predittiva, non una descrizione della struttura interna. La rete non ha la credenza che p; risponde come se l’avesse, e la struttura interna è un pattern distribuito senza confini chiari.
Un possibile rovescio: lo stesso argomento, esteso, vale per il cervello umano. Vedi antropomorfismo-rischi per la discussione del rischio simmetrico (attribuire troppa mente, attribuire troppo poca mente).
[DATATO 2026-05] La discussione su quanto l’attribuzione di “credenze” e “desideri” a sistemi neurali addestrati su grandi corpora sia una metafora utile o una descrizione tecnica accurata è oggi al centro del dibattito sui modelli di linguaggio. Il quadro Churchland fornisce una griglia per pensarla: se l’attribuzione intenzionale è in generale una utile finzione predittiva (per cervelli e per reti), allora la domanda “ha davvero credenze?” è mal posta tanto per gli umani quanto per i sistemi artificiali. Se invece l’attribuzione intenzionale è una descrizione veridica almeno per i cervelli, allora bisogna chiedersi cosa renda quel caso speciale.
Dove si rompe
Sezione intitolata “Dove si rompe”Sezione ampia. L’eliminativismo in forma forte ha quattro problemi ricorrenti.
Cognitive suicide: l’argomento di Baker
Sezione intitolata “Cognitive suicide: l’argomento di Baker”L’obiezione canonica è di Lynne Rudder Baker (filosofa americana, 1944-2017, professoressa a University of Massachusetts Amherst), in Saving Belief: A Critique of Physicalism (Princeton University Press, 1987) e nell’articolo “Cognitive Suicide” (in R. Grimm e D. Merrill, Contents of Thought, University of Arizona Press, 1988).
L’argomento ha la struttura del tu quoque. Asserire l’eliminativismo significa fare un’asserzione con contenuto proposizionale. Asserire qualcosa significa, secondo qualunque teoria praticabile dell’asserzione, esprimere una credenza. Ma l’eliminativismo nega che esistano credenze.
Dunque l’eliminativista o (a) non sta asserendo nulla — nel qual caso la sua tesi non è in competizione con altre tesi e non c’è ragione di prenderla sul serio. Oppure (b) sta asserendo qualcosa — nel qual caso si autocontraddice presupponendo l’esistenza di ciò che nega.
Baker rinforza l’argomento con un confronto. L’antivitalista non nega di essere vivo: propone una nuova descrizione di cosa significa essere vivi (organizzazione biochimica complessa anziché vis vitalis). L’eliminativista, invece, non offre una nuova descrizione delle credenze, le abolisce in toto.
La mossa non è simmetrica. L’antivitalismo è riduttivo, l’eliminativismo è cancellatorio, e la cancellazione tocca lo strumento stesso con cui la posizione è formulata.
La replica Churchland è di due ordini.
Primo, l’argomento presuppone ciò che vuole dimostrare: assume che l’asserzione richieda credenza nel senso folk-psicologico. Se folk psychology è sbagliata, anche il concetto di asserzione andrà ridescritto. Una neuroscienza matura potrebbe dare una caratterizzazione di “atto comunicativo” che non passa per “credenza che p” — magari in termini di pattern di attivazione, comportamenti coordinati, configurazioni neurali. Il fatto che oggi non sappiamo come fare questa ridescrizione non è un argomento contro la sua possibilità futura.
Secondo, l’argomento prova troppo. Applicato a Lavoisier, dimostrerebbe che non poteva asserire la sua teoria senza presupporre il flogisto (perché parlava di “combustione”, e la combustione era stata caratterizzata in termini di flogisto). Ma Lavoisier asseriva senza presupporre il flogisto; semplicemente, riarticolava il vocabolario.
La forza dell’argomento di Baker dipende da quanto si pesa l’onere della prova. Per chi richiede una caratterizzazione già disponibile dell’asserzione senza credenza, Churchland non l’ha. Per chi accetta IOU su future spiegazioni naturalizzate, l’obiezione di Baker non chiude la questione. La discussione resta aperta.
Asimmetria con il flogisto: folk psychology funziona
Sezione intitolata “Asimmetria con il flogisto: folk psychology funziona”Il secondo problema è interno all’analogia storica. Folk psychology, a differenza del flogisto, funziona.
Le previsioni che facciamo attribuendo credenze e desideri al collega, all’amico, allo sconosciuto in fila sono accurate in misura straordinaria. Sappiamo, quasi sempre, perché le persone fanno cosa fanno. Quando sbagliamo, riusciamo retrospettivamente a vedere dove.
Una teoria con questo livello di affidabilità predittiva non è candidata plausibile per la sostituzione totale, anche se è teoricamente non integrata con la neuroscienza.
Il flogisto, di contro, non funzionava nella misura in cui si supponeva. Le anomalie di peso erano misurabili e crescenti; la teoria si difendeva con modifiche ad hoc. Quando Lavoisier propone l’alternativa, la sua teoria non è solo ontologicamente più sobria, è anche più accurata predittivamente.
Jerry Fodor articola questa asimmetria in Psychosemantics (MIT Press, 1987). La sua immagine: l’eliminativista ci promette una scienza neurale futura che farà meglio di folk psychology.
Ma allo stato attuale — e Fodor scrive nel 1987, ma il punto vale ancora oggi in larga misura — la neuroscienza non è in grado di prevedere chi vincerà le elezioni o cosa cucineremo a cena. Folk psychology lo fa, in modo robusto. Aspettare l’erede non significa che l’erede arriverà mai con quel livello di prestazione.
La replica Churchland è che la neuroscienza non sostituirà le predizioni folk-psicologiche con predizioni neurali equivalenti. Sarà una sostituzione di livello, non di task.
Non si predirà chi vincerà le elezioni leggendo i cervelli; si predirà attraverso un nuovo livello di analisi cognitiva (forse computazionale, forse popolazionale) che spiegherà perché le predizioni folk funzionano nella misura in cui funzionano e dove falliscono. Il successo di folk psychology è un dato da spiegare, non un argomento contro la sostituzione.
Systematicity e productivity
Sezione intitolata “Systematicity e productivity”Il terzo problema è strutturale: gli argomenti Fodor-Pylyshyn 1988 sulla systematicity. Se la cognizione è davvero sistematica e produttiva, l’architettura sottostante deve avere proprietà che le reti distribuite pure faticano a riprodurre.
Il connessionismo come fondazione dell’argomento eliminativista ha quindi un debito tecnico aperto.
La discussione è continuata. Architetture connessioniste con strutture aggiuntive (tensor product representations di Paul Smolensky, attention mechanisms più recenti) hanno mostrato di poter implementare qualcosa di simile alla systematicity.
Ma l’argomento Fodor-Pylyshyn nella sua forma originale resta. Se la cognizione richiede un livello simbolico, anche se implementato in modo distribuito, allora la mossa eliminativista (cancellare il livello simbolico in nome del distribuito) è prematura.
Predizioni mancate
Sezione intitolata “Predizioni mancate”Quarto problema: a quasi mezzo secolo dall’articolo del 1981, la sostituzione promessa non è arrivata.
La neuroscienza ha fatto progressi enormi, ma il vocabolario folk-psicologico non è stato cancellato — non solo nel senso comune, ma nemmeno nelle scienze cognitive professionali. Concetti come memoria, attenzione, decisione, motivazione, credenza sono diventati più articolati ma non sono stati aboliti.
Termini puri di neuroscienza (tassi di scarica, popolazioni di neuroni, circuiti corticali) coesistono con termini cognitivi rivisti, non li sostituiscono.
Patricia Churchland direbbe che questo è esattamente quello che la sua teoria dell’intertheoretic reduction prevede: revisione termine per termine, con sopravvivenza di alcuni concetti e cancellazione di altri.
Il problema con questa replica è che, se l’eredità effettiva è una revisione graduale, allora la posizione si ammorbidisce fino a essere indistinguibile da un materialismo riduttivo non eliminativista. La forza retorica della tesi del 1981 — l’analogia col flogisto, la sostituzione, la cancellazione — viene scaricata.
La critica esterna di Searle
Sezione intitolata “La critica esterna di Searle”Una nota su John R. Searle (filosofo americano, 1932-, UC Berkeley, autore della stanza cinese) in The Rediscovery of the Mind (MIT Press, 1992).
Searle attacca eliminativismo e materialismo riduttivo dal versante del “biological naturalism”: la coscienza è un fenomeno biologico reale, irriducibile alle descrizioni neurofisiologiche dei suoi correlati ma da esse causato.
L’errore degli eliminativisti, secondo Searle, è prendere l’irriducibilità logica della coscienza come segno della sua inesistenza, anziché come dato da spiegare.
L’argomento di Searle non è rivolto specificamente all’eliminativismo della folk psychology (che riguarda credenze e desideri, non coscienza fenomenica), ma colpisce il programma generale Churchland nella misura in cui questo aspira a una sostituzione complessiva del vocabolario mentale.
Collegamenti
Sezione intitolata “Collegamenti”- funzionalismo — la posizione mainstream contro cui l’eliminativismo si configura come alternativa radicale. L’eliminativista nega esattamente quello che il funzionalista preserva: l’esistenza degli stati mentali con identità funzionale.
- computazionalismo — l’idea che la cognizione sia computazione su rappresentazioni simboliche è il bersaglio dell’argomento connessionista di Churchland. Se la cognizione è distribuita, il computazionalismo classico è in difficoltà.
- intenzionalita — l’eliminativismo è prima di tutto una negazione dell’intenzionalità del senso comune. Il vocabolario di “aboutness” è esattamente ciò che dovrebbe sparire.
- stanza-cinese-searle — la critica di Searle alla AI forte è simmetrica rispetto a quella di Churchland a folk psychology: Searle accusa il computazionalismo di non capire la natura della mente; Churchland accusa folk psychology di non capire la natura del cervello. Posizioni opposte ma entrambe critiche del mainstream funzionalista.
- hard-problem-chalmers — Churchland nega che ci sia un hard problem: l’apparente difficoltà è artefatto della cornice folk-psicologica. Una neuroscienza compiuta dissolverebbe la domanda anziché rispondere ad essa.
- qualia — Patricia Churchland sostiene che i qualia siano artefatti concettuali destinati alla revisione neurale; Paul Churchland in vari saggi argomenta che le esperienze qualitative siano spiegabili in termini di posizioni in spazi di stato neurali.
- panpsichismo — posizione opposta nello spettro: il panpsichismo aggiunge esperienza ovunque per spiegare la mente; l’eliminativismo la sottrae anche dove sembrava ovvia.
- antropomorfismo-rischi — il rischio di attribuire stati mentali dove non ci sono è la versione contemporanea dell’errore folk; l’eliminativismo radicalizza la diagnosi.
- cervello-basi (in preparazione, in
parte-03-scienze-cognitive/01-cervello-basi.md) — la base neuroscientifica che la prospettiva Churchland tratta come terreno della sostituzione. dual-aspect-monism(in preparazione) — posizione antagonista che preserva il mentale come aspetto irriducibile del fisico.
Per andare oltre
Sezione intitolata “Per andare oltre”- Paul M. Churchland, “Eliminative Materialism and the Propositional Attitudes”, Journal of Philosophy 78 (1981), pp. 67-90. Il testo manifesto. Lettura primaria obbligatoria.
- Patricia S. Churchland, Neurophilosophy: Toward a Unified Science of the Mind-Brain, MIT Press, 1986. Trattazione sistematica della cornice. Le parti II e III restano riferimenti standard.
- Lynne Rudder Baker, Saving Belief: A Critique of Physicalism, Princeton University Press, 1987. La critica più articolata in letteratura. Capitolo 7 contiene l’argomento del cognitive suicide.
- William Ramsey, “Eliminative Materialism”, Stanford Encyclopedia of Philosophy, 2003 (rev. 2019, plato.stanford.edu/entries/materialism-eliminative). Voce di sintesi standard, mappa la letteratura secondaria.
- Patricia S. Churchland, Touching a Nerve: The Self as Brain, W. W. Norton, 2013. Versione divulgativa e morbida della prospettiva, utile per vedere come la posizione si è evoluta in registro pubblico.