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Atti linguistici: dire e fare con le parole

Quando dico “prometto” non descrivo una promessa: ne faccio una. Austin, Searle, Grice e la pragmatica come teoria di ciò che le parole compiono — e cosa resta del progetto quando un modello statistico emette delete_file(path).

Harvard, primavera 1955. John Langshaw Austin, filosofo di Oxford, tiene la prima delle dodici William James Lectures davanti a una platea di filosofi americani abituati al positivismo logico, alla teoria del significato come condizioni di verità, all’idea che una proposizione sia significativa se e solo se può essere dichiarata vera o falsa. Austin apre con una mossa che il pubblico non si aspetta. Non parla di proposizioni. Parla di matrimoni, di battesimi di navi, di scommesse. “Quando dico — di fronte all’officiante, davanti ai testimoni, nel corso di una cerimonia — I do, take this woman to be my lawful wedded wife, non sto descrivendo un matrimonio. Lo sto facendo.” La frase non è vera né falsa. È felice o infelice. Se l’officiante non è autorizzato, se uno dei due è già sposato, se è una scena di teatro — non si tratta di una promessa falsa, si tratta di una promessa fallita. È una distinzione diversa, e Austin sostiene che la filosofia del linguaggio l’ha sistematicamente ignorata.

Le lezioni vengono pubblicate postume nel 1962, sette anni dopo, due anni dopo la morte di Austin a quarantotto anni: il titolo è How to Do Things with Words, Oxford University Press, edito dall’allievo J. O. Urmson. Il libro ribalta il programma di un secolo di filosofia analitica. Non tutte le frasi descrivono. Alcune compiono. E persino le frasi che descrivono — “il gatto è sul tappeto” — fanno qualcosa nel momento in cui sono pronunciate: asseriscono, e asserire è un atto. La distinzione fra descrivere e fare collassa: tutto il linguaggio è, in qualche grado, performativo.

Da quel passaggio nasce una tradizione che attraversa la filosofia del linguaggio (Searle a Berkeley negli anni Sessanta), la pragmatica formale (Grice a Oxford e Berkeley negli anni Settanta), la teoria della cortesia (Brown e Levinson al Max Planck di Nimega negli anni Ottanta), l’intelligenza artificiale dei dialog systems (Allen e Perrault a Rochester nel 1980), fino a posare oggi — con tutte le cautele del caso — un quesito su cosa accada quando un large language model emette la stringa delete_file({path: "/tmp/data.json"}) e un harness la esegue. È descrizione o è azione?

Questo capitolo ricostruisce la teoria degli atti linguistici come programma scientifico. Cosa afferma, da chi è stata costruita, quali strumenti analitici fornisce, dove si rompe — e in che modo la sua griglia concettuale aiuta a leggere fenomeni contemporanei come function calling, sycophancy negli LLM e indirect speech acts in interfacce conversazionali, senza scivolare nelle equivalenze pericolose che la disciplina ha imparato a riconoscere.

Tre ragioni. Una analitica, una storica, una di igiene per chi lavora con sistemi linguistici artificiali.

La ragione analitica è che la teoria degli atti linguistici fornisce un vocabolario preciso per parlare di una distinzione che senza vocabolario tendiamo a confondere: cosa una frase dice, cosa fa, cosa causa. La tricotomia austiniana — locutorio, illocutorio, perlocutorio — è uno strumento da scrittura tecnica. Un avvertimento, un ordine, una promessa, una dichiarazione hanno proprietà diverse. Ignorare la distinzione produce architetture confuse: in un’interfaccia conversazionale, in un dialog system, in un protocollo di tool calling per un agente, sapere se una stringa è asserzione, direttivo o dichiarativo cambia il design del componente che la riceve.

La ragione storica è che la pragmatica — la disciplina che studia l’uso del linguaggio in contesto — è una delle eredità più dirette della filosofia del linguaggio del Novecento sulla costruzione dei sistemi conversazionali. La filiazione speech act theory → plan-based dialog systems (Allen-Perrault 1980, Cohen-Levesque 1990) è documentata, esplicita, ininterrotta fino agli anni Duemila. Quando i grandi modelli linguistici post-2020 hanno sostituito gli stack simbolici nei dialog systems, hanno ereditato i compiti senza ereditare la teoria. Sapere quale teoria è stata accantonata aiuta a riconoscere cosa, oggi, gli LLM fanno bene per ragioni statistiche, e cosa fanno male perché non hanno il modello esplicito che la tradizione plan-based costruiva a mano.

La ragione di igiene è che dal 2022 in poi è diventato comune leggere “GPT compie speech acts come un umano”, “function calling è un performativo dichiarativo”, “RLHF allinea il modello al cooperative principle di Grice”. Sono affermazioni di tipo diverso, e mescolarle è il modo migliore per credere di aver capito qualcosa quando si è solo trovata un’analogia suggestiva. Gli LLM non discendono da Austin. Nessun ingegnere di OpenAI o Anthropic stava leggendo How to Do Things with Words mentre disegnava il function calling. La somiglianza è di tipo funzionale: certe categorie austiniane si rivelano utili a descrivere cosa l’harness fa con l’output del modello. È analogia produttiva, non filiazione tecnica. La sezione “Eredità oggi” del capitolo presenta il dibattito attuale; la sezione “Dove si rompe” elenca le equivalenze da bloccare.

Quattro principi che il capitolo fissa:

  • Il performativo non è magia. Funziona se le condizioni di felicità sono soddisfatte. Senza officiante autorizzato, “vi dichiaro marito e moglie” è solo aria mossa.
  • L’illocutorio non è il perlocutorio. La forza di un’utterance (chiedere, ordinare, promettere) è cosa diversa dall’effetto causale che produce nel destinatario (persuaderlo, intimidirlo). Confonderli porta a teorie del linguaggio centrate sull’effetto, che sono comode ma sbagliate.
  • La pragmatica griceana non è cooperazione morale. Il cooperative principle è una massima descrittiva di come i parlanti tipicamente si comportano, non una norma etica. Un parlante può violare deliberatamente le massime — l’ironia, il sarcasmo, le implicature dipendono da questo.
  • LLM e atti linguistici: gli LLM producono stringhe che soddisfano alcune proprietà degli atti linguistici (forma locutoria) e non altre (intenzione, felicity Γ). Cosa siano sotto il profilo illocutivo è disputa filosofica viva, non fatto stabilito.

1955 — Austin, William James Lectures a Harvard. John Langshaw Austin (1911-1960, filosofo britannico a Oxford, esponente principale dell’ordinary language philosophy, la corrente che sostiene che l’analisi del linguaggio quotidiano sia il vero compito della filosofia, in opposizione al programma formale del Circolo di Vienna) tiene dodici lezioni che ribaltano la teoria del significato. Le lezioni circolano in dattiloscritto a Harvard prima della pubblicazione.

1957 — Austin, “A Plea for Excuses”. Proceedings of the Aristotelian Society 57:1-30. Austin mostra il metodo della filosofia del linguaggio ordinario applicato alle scuse: classificare le sfumature (escludere, giustificare, mitigare) e leggere nel lessico una mappa fine del concetto di responsabilità.

1960 — morte di Austin. Cancro, quarantotto anni. I manoscritti delle lezioni vengono curati per la pubblicazione da J. O. Urmson, allievo e collega a Oxford.

1962 — Austin, How to Do Things with Words. Oxford: Clarendon Press. Le William James Lectures, postume. Il libro è breve (circa centosessanta pagine), conversazionale, organizzato per oggetto delle dodici lezioni. Vi compaiono: la distinzione constativi-performativi, il suo crollo e la rifondazione tricotomica (locutorio-illocutorio-perlocutorio), le condizioni di felicità (felicity conditions), una prima tassonomia degli atti illocutivi in cinque classi (verdettivi, esercitivi, commissivi, comportativi, espositivi).

1969 — Searle, Speech Acts. John Rogers Searle (1932-, filosofo americano a Berkeley, allievo di Austin a Oxford negli anni Cinquanta) pubblica Speech Acts: An Essay in the Philosophy of Language, Cambridge University Press. Sistematizza la teoria con un apparato analitico più formale: distinzione fra propositional content e illocutionary force, regole costitutive vs regolative (riprende un’idea di John Rawls), analisi della promessa come caso paradigmatico.

1975 — Grice, “Logic and Conversation”; Searle, “Indirect Speech Acts”. Syntax and Semantics 3: Speech Acts, a cura di Peter Cole e Jerry Morgan, Academic Press. Volume centrale per la disciplina. Henry Paul Grice (1913-1988, filosofo britannico a Oxford fino al 1967, poi a Berkeley fino alla morte) pubblica una versione delle sue William James Lectures del 1967, dove formula il cooperative principle e le quattro massime conversazionali, conia il termine “implicature”. Searle nello stesso volume analizza gli indirect speech acts: come “puoi passarmi il sale?” funzioni come richiesta pur essendo formalmente una domanda.

1979 — Searle, Expression and Meaning. Cambridge University Press. Raccolta di saggi. Vi compare la tassonomia in cinque tipi di atti illocutivi (assertivi, direttivi, commissivi, espressivi, dichiarativi) che diventerà standard nei manuali di pragmatica.

1980 — Allen e Perrault, “Analyzing Intention in Utterances”. Artificial Intelligence 15:143-178. James Allen (informatico, allora alla University of Rochester) e C. Raymond Perrault costruiscono un sistema NLU che riconosce indirect speech acts come parte di un piano del parlante. È la prima filiazione documentata dalla speech act theory all’AI: gli atti linguistici diventano azioni in un planning framework, e capirli equivale a inferire il piano sottostante. Approccio plan-based dialog, eredità che attraversa TRAINS, COLLAGEN, e l’intero filone simbolico dei dialog systems fino agli anni Duemila.

1986 — Sperber e Wilson, Relevance. Dan Sperber (antropologo cognitivo francese, CNRS) e Deirdre Wilson (linguista britannica, University College London), Blackwell. Riducono le quattro massime di Grice a un singolo principio cognitivo: Relevance. Un’utterance è ottimalmente rilevante quando produce sufficienti effetti cognitivi per il minor sforzo elaborativo. La pragmatica diventa una conseguenza della cognizione generale, non una convenzione separata.

1987 — Brown e Levinson, Politeness. Penelope Brown e Stephen Levinson (entrambi al Max Planck Institute for Psycholinguistics di Nimega), Cambridge University Press. Espansione di un saggio del 1978. Teoria della cortesia basata sul concetto di face (riprende Erving Goffman 1955): le interazioni linguistiche gestiscono face wants di chi parla e di chi ascolta, e gli atti che minacciano la face — face-threatening acts — richiedono strategie di mitigation. Cross-culturale, comparativo, applicato.

1990 — Cohen e Levesque, “Rational Interaction”. Phil Cohen (informatico, allora SRI International) e Hector Levesque (Toronto), in Intentions in Communication (MIT Press, eds. Cohen-Morgan-Pollack). Speech acts come azioni razionali in un framework BDI (belief-desire-intention). La teoria diventa un componente formale di sistemi multi-agente.

1993 — Happé sull’autismo. Francesca Happé (psicologa britannica, King’s College London) pubblica su Cognition 48 uno studio che mostra come bambini con autismo ad alto funzionamento abbiano difficoltà con indirect speech acts e metafore, interpretandoli letteralmente. Collegamento empirico fra pragmatica e theory of mind: capire la forza illocutiva non letterale richiede attribuire intenzioni al parlante.

1995 — seconda edizione di Relevance; Searle, The Construction of Social Reality. Free Press. Searle estende la teoria dei dichiarativi a una teoria generale della realtà sociale: matrimonio, denaro, governi sono status functions, regolati da regole costitutive del tipo “X conta come Y in contesto C”.

Anni Novanta-Duemila — DAMSL e dialog acts standard. James Allen e Mark Core 1997 sviluppano DAMSL (Dialogue Act Markup in Several Layers), uno schema di annotazione per dialog acts che diventa standard per corpora come Switchboard. Tradizione operativa, applicata a riconoscimento vocale e dialog systems industriali (call center, voice assistants pre-LLM).

2020 — Bender e Koller, “Climbing towards NLU”. Emily Bender (linguista, University of Washington) e Alexander Koller (Saarland University) ACL 2020: argomento filosofico contro l’idea che modelli addestrati solo su forma possano accedere al meaning. Tesi del octopus: un polpo che intercetta cavi sottomarini con conversazioni umane non potrà mai imparare il riferimento. Riapre nei termini contemporanei la questione della forza illocutiva nei sistemi puramente distribuzionali.

2023 — Ruis et al., implicature scalari. Laura Ruis, Akbir Khan, Stella Biderman, Sara Hooker, Tim Rocktäschel, Edward Grefenstette, NeurIPS 2023, “The Goldilocks of Pragmatic Understanding”. Mostrano che gli LLM grandi pre-RLHF performano poco sopra il caso su implicature scalari di tipo griceano, e che instruction tuning di alta qualità — non quantità — è ciò che migliora. La pragmatica non è un by-product automatico dello scaling.

2023 — Sharma et al. su sycophancy. Anthropic. Documentazione sistematica del fenomeno per cui modelli RLHF-tuned tendono ad accomodare le credenze dell’utente anche quando sono false. Letto in chiave griceana, è una violazione strutturale della massima di Qualità, indotta dal training.

2024-2026 — function calling come standard industriale. Tool use diventa pattern dominante negli agent harness (Claude Code, Cursor, MCP). L’output del modello cessa di essere puro testo: viene parsato e mappato a chiamate di funzione che cambiano lo stato del sistema. La griglia austiniana torna utile per descrivere cosa accade — anche se nessuno aveva pianificato il riferimento.

timeline
    title Teoria degli atti linguistici, 1955-2026
    1955 : Austin, William James Lectures
    1962 : Austin, "How to Do Things with Words" (postumo)
    1969 : Searle, "Speech Acts"
    1975 : Grice, "Logic and Conversation"
         : Searle, "Indirect Speech Acts"
    1979 : Searle, "Expression and Meaning" (tassonomia)
    1980 : Allen-Perrault, plan-based dialogue
    1986 : Sperber-Wilson, "Relevance"
    1987 : Brown-Levinson, "Politeness"
    1990 : Cohen-Levesque, intention in communication
    1993 : Happé, theory of mind e pragmatica clinica
    1997 : DAMSL dialogue act tagset
    2020 : Bender-Koller, "Climbing towards NLU"
    2023 : Ruis et al., implicature in LLM
    2024 : era function calling / tool use
    2026 : agenti conversazionali multi-turn

Figura 1 — Speech act theory timeline 1955-2026: Austin 1955/1962, Searle 1969/1975/1979, Grice 1975, Allen-Perrault 1980, Sperber-Wilson 1986, Brown-Levinson 1987, Cohen-Levesque 1990, Happé 1993, DAMSL 1997, Bender-Koller 2020, Ruis 2023, function calling era 2024-2026

Provate a immaginare un dizionario perfetto del 1950, costruito secondo il programma logicista. Ogni voce dà condizioni di verità. Per “promettere” troviamo: “verbo transitivo, asserire che si compirà un’azione futura”. È una definizione descrittivista. Un’asserzione su un’asserzione. Il problema è che non corrisponde a cosa accade quando dico “prometto di pagarti domani”. Non sto descrivendo una mia futura asserzione. Sto creando un’obbligazione, qui e ora, fra me e te.

Austin nota che ci sono verbi che hanno questa proprietà strana. Pronunciati in prima persona singolare al presente indicativo, in circostanze adatte, fanno l’azione che nominano: prometto, scommetto, dichiaro, battezzo, ti perdono, ti consiglio, ti avverto. Non sono descrizioni vere o false. Sono esecuzioni. Austin li chiama performativi. E i suoi colleghi positivisti, che non sapevano cosa farne perché non rientravano nello schema vero/falso, li avevano semplicemente etichettati come “pseudo-asserzioni” e ignorati.

Il punto interessante è cosa succede quando il performativo non riesce. Se l’officiante che pronuncia “vi dichiaro marito e moglie” non ha titolo, il matrimonio non è “falso”: è non avvenuto. Se uno dei due è già sposato, idem. Se è una scena di teatro, la cerimonia è simulata, non eseguita. Austin elabora un’analitica delle condizioni di felicità: prerequisiti che devono essere soddisfatti perché il performativo riesca. Non sono condizioni di verità — sono condizioni di esecuzione. Il vocabolario dell’azione, non quello della descrizione.

Da qui, un passo successivo. Se “prometto” è un performativo esplicito, “verrò domani” — che equivale, in molti contesti, a una promessa — è performativo implicito. E “il gatto è sul tappeto”? Pronunciato in una conversazione, non è solo descrizione: è un atto di asserire. Asserire è esso stesso fare qualcosa: si impegna l’asserente a difendere quanto detto, a fornire evidenza se richiesta, a essere coerente. La distinzione fra constativi e performativi crolla. Non ci sono enunciati che descrivono e basta. Ogni enunciato è, in qualche grado, un atto.

Austin reagisce al collasso non rinunciando alla distinzione, ma ricostruendola su tre livelli interni a ogni enunciato. È la tricotomia.

L’intuizione, secondo angolo: quello che diciamo non è quello che intendiamo

Sezione intitolata “L’intuizione, secondo angolo: quello che diciamo non è quello che intendiamo”

Cambiamo angolo. Non più Austin a Oxford con la lente del filosofo del linguaggio, ma Grice a Oxford con la lente del logico che si è accorto che la logica non basta a spiegare le conversazioni reali.

Esempio di Grice, 1967, ripreso nel saggio del 1975. Un professore deve scrivere una lettera di raccomandazione per un suo studente che si candida a un dottorato in filosofia. Scrive: “Mr X’s command of English is excellent, and his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc.”

Letteralmente, la lettera dice solo che X parla bene inglese e ha frequentato. Non dice nulla di negativo. Eppure il comitato di selezione capisce immediatamente che X è scarso. Come è possibile? Grice ricostruisce il ragionamento del comitato: il professore deve essere informativo (massima di Quantità). Se X fosse stato bravo, l’avrebbe detto. Ha detto solo cose marginali. Quindi non aveva di meglio da dire. Quindi X è scarso. L’informazione “X è scarso” non è detta, è implicata. Grice conia il termine implicature.

La mossa di Grice è notevole. La pragmatica — cosa intendiamo con cosa diciamo — non è caos, non è “intuizione”. È governata da principi razionali. C’è un cooperative principle: nelle conversazioni, i parlanti normalmente cooperano per uno scopo condiviso. E ci sono massime: di Quantità (informativo quanto serve), di Qualità (vero, con evidenza), di Relazione (rilevante), di Modo (chiaro). Una violazione apparente di una massima, in presenza del Cooperative Principle, viene “salvata” producendo un’implicatura. Il professore viola Quantità (dice troppo poco). Per salvare la cooperatività, il lettore inferisce che la lacuna è significativa.

L’esempio griceano apre un mondo. “Alcuni studenti hanno passato l’esame” implica “non tutti l’hanno passato”, anche se logicamente alcuni è compatibile con tutti: la massima di Quantità rende l’inferenza obbligata in contesto cooperativo. “Sei in ritardo” detto a chi è in ritardo è un constativo formalmente, ma illocutivamente è rimprovero. “Fa freddo qui” detto da un ospite vicino alla finestra è formalmente asserzione, illocutivamente richiesta di chiudere la finestra (Searle, indirect speech act).

I due angoli — Austin sul performativo e Grice sull’implicato — si incontrano nel programma comune della pragmatica. Quello che diciamo (sense, reference, what is said) è solo il punto di partenza. La forza con cui lo diciamo (illocutionary force) e quello che intendiamo oltre il letterale (what is implicated) sono il vero contenuto comunicativo. La sintassi e la semantica formale, da sole, non bastano a spiegare la comunicazione umana.

Ogni enunciato compie tre atti simultaneamente.

Atto locutorio (locutionary act): l’atto di dire qualcosa con un significato. Si scompone in tre sub-atti:

  • Atto fonetico: produrre suoni.
  • Atto fatico: produrre suoni che sono parole di una lingua, in costruzione grammaticale.
  • Atto retico: produrre un’asserzione con riferimento e senso, cioè significare qualcosa di determinato.

Esempio: pronunciare “the door is open”. Atto fonetico: produrre quei foni. Atto fatico: produrre una sequenza grammaticale dell’inglese. Atto retico: riferirsi a una porta specifica nel contesto, predicare di essa l’apertura.

LivelloCosa èEsempio su “the door is open”
Atto locutoriodire qualcosa con senso e riferimento (fonetico + fatico + retico)pronunciare la frase, riferendosi a una porta determinata
Atto illocutoriociò che si fa nel dire (la force)asserzione, avvertimento, invito, ordine
Atto perlocutoriogli effetti prodotti dal direl’ascoltatore chiude la porta, si sente accolto

Atto illocutorio (illocutionary act): ciò che si fa nel dire. La force dell’enunciato. “The door is open” può essere asserzione (descrivo la porta), avvertimento (segnalo che entra freddo), invito (segnalo che puoi entrare), ordine (intimo di chiuderla). La forza illocutiva non è scritta nei suoni o nella sintassi: dipende dal contesto, dalle convenzioni, dall’intenzione comunicativa del parlante.

Austin propone di marcare la forza con verbi performativi espliciti: I assert that the door is open, I warn you that the door is open, I order you to close the door. Quando il verbo non c’è, la forza si ricava dal contesto. Convenzioni linguistiche aiutano: l’imperativo segnala forza direttiva, l’interrogativo segnala domanda. Ma sono guide, non garanzie — l’imperativo “passami il sale” può essere richiesta cortese, la domanda “hai un orologio?” può essere richiesta indiretta dell’ora.

Atto perlocutorio (perlocutionary act): gli effetti causati nel destinatario o nel mondo. Persuadere, convincere, intimidire, rallegrare, far chiudere la porta. L’atto perlocutorio non è codificato nel linguaggio: dipende dall’effetto causale che l’utterance produce. È fuori dell’enunciato in senso stretto. Si dice qualcosa con una certa forza illocutiva, e quel qualcosa produce — o non produce — certi effetti perlocutivi.

La distinzione cruciale è fra illocutorio e perlocutorio. Il primo è convenzionale e codificato (anche se il codice non è solo linguistico). Il secondo è causale e contingente. “Ti avverto che il pavimento è bagnato” è un atto illocutorio di avvertimento — riuscito o meno; gli effetti (cautela, scivolata, ignoranza) sono perlocutori, indipendenti dall’illocutivo. Confondere i due porta a una teoria del linguaggio centrata sull’effetto, che ignora la dimensione convenzionale.

Austin propone uno schema di condizioni che un performativo deve soddisfare per riuscire (Lecture II di How to Do Things with Words):

  • (A.1) Esiste una procedura convenzionale accettata, con un certo effetto convenzionale, che include la pronuncia di certe parole da parte di certe persone in certe circostanze.
  • (A.2) Le persone e le circostanze particolari devono essere quelle appropriate per l’invocazione della procedura.
  • (B.1) La procedura deve essere eseguita correttamente da tutti i partecipanti.
  • (B.2) E completamente.
  • (Γ.1) Quando la procedura, come spesso accade, richiede certe disposizioni psicologiche (intenzioni, sentimenti) o l’inizio di certe condotte successive, le persone che partecipano devono avere quelle disposizioni o intenzioni.
  • (Γ.2) E devono comportarsi di conseguenza.

Violazioni di A o B sono misfires: l’atto non viene compiuto. “Vi dichiaro marito e moglie” detto da chi non è autorizzato (A.2) non sposa nessuno. Violazioni di Γ sono abuses: l’atto viene compiuto ma è viziato. “Prometto di venire” detto senza nessuna intenzione di venire è una promessa fatta — esiste come promessa, e l’altro può legittimamente rinfacciarla — ma è una promessa abusata, insincera.

Nota tecnica: la distinzione fra misfire e abuse è importante. Un misfire annulla l’atto; un abuse lo lascia in vigore ma lo qualifica negativamente. Sono due modi diversi in cui un performativo può “andare male”, e la teoria del linguaggio deve distinguerli.

Austin proponeva cinque classi di atti illocutivi (verdettivi, esercitivi, commissivi, comportativi, espositivi) ma le considerava provvisorie. Searle, Expression and Meaning 1979, propone una tassonomia più rigorosa basata su tre criteri principali: illocutionary point (lo scopo dell’atto), direction of fit (il rapporto fra parole e mondo), psychological state espresso.

TipoDirection of fitStato psicologicoEsempio canonico
Assertiviwords-to-worldbelief”il gatto è sul tappeto”
Direttiviworld-to-wordsdesire”chiudi la porta”
Commissiviworld-to-wordsintention”prometto di pagare”
Espressivinessuna (contenuto presupposto)variabile”mi scuso”
Dichiarazionidoppia (entrambe le direzioni)variabile”vi dichiaro marito e moglie”

Assertivi (o rappresentativi). Lo scopo è impegnare il parlante alla verità della proposizione espressa. Direction of fit: words-to-world (le parole devono adattarsi al mondo, lo descrivono). Stato psicologico: belief. Esempi: asserzioni, conclusioni, descrizioni, diagnosi, predizioni.

Direttivi. Lo scopo è far compiere all’ascoltatore un’azione. Direction of fit: world-to-words (il mondo deve adattarsi alle parole). Stato psicologico: desire. Esempi: richieste, ordini, comandi, suggerimenti, domande (la domanda è un sotto-tipo di direttivo: chiede all’ascoltatore di compiere l’atto verbale di rispondere).

Commissivi. Lo scopo è impegnare il parlante a un’azione futura. Direction of fit: world-to-words. Stato psicologico: intention. Esempi: promesse, minacce, giuramenti, offerte, contratti.

Espressivi. Lo scopo è esprimere uno stato psicologico riguardo a uno stato di cose presupposto. Direction of fit: nessuna (la verità del contenuto proposizionale è presupposta). Stato psicologico: variabile. Esempi: scuse, congratulazioni, ringraziamenti, condoglianze, complimenti.

Dichiarativi (o declarazioni). Lo scopo è cambiare la realtà istituzionale per il fatto stesso di essere pronunciati con successo. Direction of fit: doppia, simultanea — words-to-world e world-to-words insieme. Stato psicologico: variabile. Esempi: “vi dichiaro marito e moglie”, “sei licenziato”, “dichiaro aperta la seduta”, “battezzo questa nave Queen Elizabeth”, “mi dimetto”.

I dichiarativi sono il caso austiniano puro: non descrivono una realtà preesistente, la creano. Richiedono un sistema di regole costitutive (Searle 1969 e poi 1995): un background istituzionale in cui certi enunciati, pronunciati da certe persone in certi contesti, contano come l’azione che nominano. Senza istituzione del matrimonio, “vi dichiaro marito e moglie” è solo aria.

Searle 1975 affronta il fenomeno per cui la forza illocutiva primaria di un’utterance può divergere da quella letterale. “Puoi passarmi il sale?” è formalmente una domanda (forza letterale: direttivo-domanda sulla capacità). Illocutivamente, in contesto, è una richiesta (forza primaria: direttivo-richiesta dell’azione).

L’ascoltatore deduce la forza primaria attraverso un ragionamento che combina:

  1. Il significato letterale dell’utterance.
  2. Conoscenze condivise (Background, mutual contextual beliefs).
  3. Principi conversazionali generali (cooperative principle griceano).
  4. Theory of mind: attribuzione di intenzioni al parlante.

Il passaggio canonico è all’incirca: “Mi sta chiedendo se posso passare il sale. Ma è ovvio che posso. Una domanda ovvia violerebbe Quantità o Relazione. Quindi la domanda apparente non è la forza primaria. Cosa potrebbe volere? Probabilmente che gli passi il sale. Quindi è una richiesta.” Il ragionamento è di solito automatico, sub-personale; diventa cosciente solo quando fallisce.

Convenzionalizzazione: alcuni indirect speech acts sono diventati idiomatici. “Can you pass the salt?” non richiede più un calcolo pieno, è praticamente un’espressione fissa per la richiesta. Ma il meccanismo originale — derivare forza non letterale da conoscenze condivise — resta vivo per casi non convenzionalizzati.

Grice 1975. “Make your conversational contribution such as is required, at the stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk exchange in which you are engaged.”

Quattro categorie (riprese dalle categorie kantiane di Quantità, Qualità, Relazione, Modalità):

flowchart TD
    CP["Principio di cooperazione<br/>(Grice 1975)"]
    CP --> Q["Quantità<br/>tanto informativo quanto richiesto"]
    CP --> QL["Qualità<br/>non dire ciò che credi falso"]
    CP --> R["Relazione<br/>sii pertinente"]
    CP --> M["Modo<br/>sii chiaro: evita oscurità e ambiguità"]

Figura 2 — Grice’s cooperative principle and four maxims as radial diagram

Quantità:

  • Contribuisci tanto quanto è richiesto.
  • Non contribuire più di quanto è richiesto.

Qualità:

  • Non dire ciò che credi falso.
  • Non dire ciò per cui manchi di evidenza adeguata.

Relazione:

  • Sii pertinente.

Modo:

  • Evita oscurità di espressione.
  • Evita ambiguità.
  • Sii conciso (evita prolissità).
  • Sii ordinato.

Le massime non sono norme morali. Sono regolarità descrittive che, se assunte come satisfied, permettono di derivare implicature dalle apparenti violazioni. Quando un parlante flouta una massima — la viola in modo manifesto, in modo che l’ascoltatore non possa non accorgersene — segnala che la massima sta cedendo a un’altra: il significato letterale lascia spazio all’implicato.

Distinzione fra what is said (significato letterale, condizioni di verità) e what is implicated (significato implicito, derivabile via massime). Le implicature conversazionali hanno proprietà caratteristiche:

  • Cancellabilità (cancellability): si possono annullare con una clausola successiva. “Alcuni studenti hanno passato — anzi, tutti l’hanno passato” è coerente, perché l’implicatura “non tutti” è cancellabile. Un entailment logico non lo sarebbe.
  • Non-distaccabilità (non-detachability): se sostituisci l’enunciato con uno semanticamente equivalente, l’implicatura resta. L’implicatura non è legata alle parole specifiche, ma al contenuto.
  • Calcolabilità (calculability): l’ascoltatore può ricostruire perché l’implicatura è stata generata, partendo dal significato letterale, dalle massime e dal contesto.
  • Defettibilità (defeasibility): nuovo contesto può bloccarla.

Implicature scalari: il caso paradigmatico. Su una scala di forza informativa <alcuni, molti, tutti>, asserire un termine più debole implica la negazione del più forte. “Ho mangiato alcuni biscotti” implica “non li ho mangiati tutti”, via Quantità: se li avessi mangiati tutti, la cooperazione richiederebbe di dirlo. Altre scale: <o, e>, <possibile, certo>, <tiepido, caldo>.

Esempio 1: il matrimonio e le condizioni di felicità

Sezione intitolata “Esempio 1: il matrimonio e le condizioni di felicità”

Italia, 2024, Comune di Milano, Sala degli Sposi. L’ufficiale di stato civile, indossata la fascia tricolore, davanti ai due sposi e ai testimoni, dopo la lettura degli articoli del codice civile, pronuncia la formula prescritta. I due sposi rispondono “sì”. L’ufficiale dichiara: “Vi dichiaro uniti in matrimonio”. Si firma il registro. Da quel momento, sono sposati.

Cosa è successo, in termini austiniani? L’ufficiale ha compiuto un atto illocutorio dichiarativo. La forza illocutiva non è stata generata dal suono delle sue parole né dalla loro sintassi: è stata generata dal fatto che la procedura convenzionale (A.1: cerimonia civile italiana) è stata eseguita da una persona autorizzata (A.2: ufficiale di stato civile abilitato) correttamente (B.1: formula prescritta) e completamente (B.2: registrazione).

Variazioni che producono misfire:

  • Senza ufficiale autorizzato: due amici che si “dichiarano uniti” davanti a testimoni in un parco. Violano A.2. La cerimonia non sposa nessuno — non è un matrimonio “non riuscito”, non è un matrimonio.
  • Con ufficiale autorizzato ma uno dei due già sposato: viola A.1 in senso esteso (la procedura italiana non si applica a chi è coniugato). Misfire.
  • In una scena di teatro: l’attore che dice la formula non sposa l’attrice. Le parole sono pronunciate, la sintassi è corretta, ma il contesto cancella l’invocazione della procedura. Misfire.

Variazioni che producono abuse (l’atto è compiuto ma viziato):

  • Uno dei due sposa per ragioni di permesso di soggiorno, senza intenzione di vivere come coniuge: viola Γ.1 (le disposizioni psicologiche richieste). Il matrimonio è formalmente celebrato — esiste, è registrato, ha effetti legali — ma è abusato. La legge italiana riconosce questa categoria con il matrimonio simulato o matrimonio di comodo, che può essere annullato.

L’esempio mostra che la teoria di Austin non è speculazione filosofica: è una mappa fine di come funzionano gli atti istituzionali nel mondo reale. Le categorie di misfire e abuse hanno corrispettivi giuridici precisi.

Esempio 2: implicatura scalare in una review accademica

Sezione intitolata “Esempio 2: implicatura scalare in una review accademica”

Un revisore deve valutare un paper sottomesso a una conferenza. Scrive nel campo “strengths”: “The paper is clearly written and the figures are well-prepared.” Nel campo “weaknesses”: elenca due problemi tecnici minori. Il meta-reviewer legge e raccomanda reject.

Letteralmente, il revisore non ha detto nulla di negativo nelle strengths. Ha detto che il paper è scritto chiaramente e le figure sono buone. Eppure il meta-reviewer estrae l’informazione “il paper è scarso sui contenuti” — informazione mai detta, ma evidente. Come?

Implicatura scalare e Quantità. La scala rilevante per i punti di forza di un paper accademico è all’incirca: <writing/figures, methodology, novelty, significance>. Le strengths più rilevanti sono in cima alla scala (significance, novelty). Il revisore ha menzionato solo le ultime (writing, figures). La massima di Quantità impone che, se il paper avesse novelty o significance, sarebbe stato detto. Non è stato detto. Quindi non c’è. Implicatura: paper debole nei contenuti.

Variazione che cancella l’implicatura: il revisore aggiunge esplicitamente “the methodology is also rigorous and the contribution is substantial”. L’implicatura sparisce. L’aggiunta non contraddice nulla del precedente — semplicemente disinnesca il calcolo griceano.

L’esempio mostra come la pragmatica governi la comunicazione professionale tanto quanto quella quotidiana. Una review accademica, un’email di lavoro, una valutazione del personale operano per implicature: cosa è omesso conta tanto quanto cosa è detto.

Esempio 3: function calling come performativo dichiarativo (sidebar [DATATO 2026-04])

Sezione intitolata “Esempio 3: function calling come performativo dichiarativo (sidebar [DATATO 2026-04])”

[DATATO 2026-04] Esempio costruito sull’uso degli LLM contemporanei. Le categorie austiniane sono usate qui in analogia, non in filiazione. Nessun designer di function calling ha derivato il pattern dalla teoria degli atti linguistici.

Un agente alimentato da un LLM (Claude, GPT-4 class) gira dentro un harness con tool use abilitato. L’utente chiede: “Cancella i file temporanei più vecchi di 30 giorni nella directory /tmp”. Il modello produce, in conformità allo schema di tool use, l’output:

{
"tool": "delete_file",
"arguments": {
"path": "/tmp/old-data.json"
}
}

Cosa è questo output, in termini austiniani?

A livello locutorio, è una stringa testuale formattata come JSON. Suoni grafici, sintassi JSON valida, riferimento a un file specifico, predicato dell’azione “delete”. Nulla di insolito.

A livello illocutorio, qui le cose si fanno interessanti. Considerato come asserzione (“dichiaro che la chiamata appropriata è delete_file con questo path”), è un assertivo. Considerato come istruzione (“eseguite delete_file con questo path”), è un direttivo. Considerato come atto che cambia lo stato del sistema, è un dichiarativo: l’output, una volta intercettato e parsato dall’harness, cancella effettivamente il file. Non descrive una cancellazione: la fa.

Quale forza è quella primaria? La risposta, in pieno spirito austiniano, dipende dalle condizioni di felicità:

  • (A.1) Esiste una procedura convenzionale accettata: lo schema di tool use definito dall’API (function calling JSON, MCP protocol).
  • (A.2) Le persone e le circostanze sono appropriate: il modello è autorizzato a chiamare quel tool, l’harness ha permessi di scrittura su /tmp, l’utente ha approvato l’uso del tool.
  • (B.1, B.2) La procedura è eseguita correttamente e completamente: il JSON è valido, il path è risolto, l’OS riceve la syscall.
  • (Γ) Le disposizioni psicologiche del modello — qui l’analogia comincia a scricchiolare. Il modello non ha intenzioni in senso umano. Ha pattern di output appresi.

Se le condizioni A e B sono soddisfatte, l’output funziona come un dichiarativo digitale: cancella il file per il fatto stesso di essere stato emesso e ricevuto da un parser autorizzato. Se una qualsiasi delle condizioni A o B fallisce — JSON malformato, tool non in allowlist, harness senza permessi — l’output è un misfire: il file non viene cancellato. La stringa esiste, ma non ha compiuto nulla.

Lettura operativa per il design di harness: trattare le tool calls come dichiarativi austiniani aiuta a progettare i meccanismi di sicurezza. Le felicity conditions A.2 (autorità) corrispondono ai sistemi di permessi (allowlist, sandbox, approval gates). Le condizioni B (esecuzione corretta) corrispondono alla validazione di input. Il punto Γ (disposizioni psicologiche) corrisponde all’area in cui l’analogia si rompe: non possiamo controllare le “intenzioni” del modello come controlliamo quelle di un officiante umano, e dobbiamo compensare con vincoli esterni (constitutional AI, guardrails, monitoring).

L’esempio è analogia produttiva — non filiazione, non equivalenza. È utile come griglia descrittiva, non come fondamento teorico.

Design di dialog systems. Anche se gli LLM moderni non implementano speech acts esplicitamente, le distinzioni della teoria sono utili in due punti del design. Primo, nel preprocessing dell’input utente: classificare l’utterance come direttivo (richiesta di azione), assertivo (informazione fornita), commissivo (impegno dell’utente) cambia la pipeline di risposta. Secondo, nel design dell’output: un assistente che risponde con un assertivo (dichiarazione) a una richiesta di azione che richiede approvazione sta facendo un errore di tipo illocutivo.

Design di tool schemas. Le condizioni di felicità austiniane forniscono una checklist per progettare tool calls sicuri. (A.1) procedura convenzionale = schema JSON ben definito; (A.2) autorità = permission system, allowlist; (B) esecuzione corretta = validation, retry; (Γ) intenzione = guardrails, dry-run, approval gates. Il pattern diff-then-confirm per modifiche al filesystem è un’esplicita gestione di Γ: chiediamo conferma esterna perché non possiamo certificare l’intenzione del modello. Vedi approval-patterns (in preparazione) e tool-design (in preparazione).

Detection di sycophancy. L’inquadramento griceano dello sycophancy come violazione strutturale della massima di Qualità suggerisce metriche di valutazione: misurare la distanza fra ciò che il modello asserisce con confidenza e l’evidenza disponibile. Eval tipo TruthfulQA, calibration benchmarks, e ablation study sul training di RLHF si possono leggere come tentativi di re-imporre Qualità contro pressioni di approvazione.

Pragmatica cross-culturale in voice agents e chatbot internazionali. Brown e Levinson hanno mostrato che le strategie di mitigation (negative politeness, indirectness) variano per cultura. Un voice agent training-set skewed inglese-americano produrrà richieste con livello di indirectness sub-ottimale per culture giapponesi, coreane, certe sudamericane. Il problema non è linguistico (le frasi sono grammaticali) ma pragmatico (la forza illocutiva risulta sgradevole).

Implicature in retrieval e RAG. Un sistema di retrieval che restituisce snippet senza considerare le implicature scalari produce output letterali ma pragmaticamente incompleti. Esempio: domanda “il farmaco X causa effetti collaterali?” — risposta letterale “sì, in alcuni studi” implica scalarmente “non in tutti gli studi”, informazione utile che richiede esplicitazione.

La divulgazione popolare della teoria di Austin spesso enfatizza che “le parole creano realtà”, come se fosse un potere magico del linguaggio. È fraintendimento serio. I performativi creano realtà istituzionale — matrimoni, contratti, sentenze, dimissioni — solo perché esiste un sistema di regole costitutive che li sostiene. Senza Stato, non c’è matrimonio civile; senza Chiesa, non c’è battesimo; senza istituzione bancaria, non c’è “ti pago”. Le parole non creano nulla per virtù propria. Mediano un sistema sociale che ha previsto certi enunciati come azioni costitutive.

Errore tipico: leggere Austin come “linguaggio = potere” in chiave foucaultiana e dimenticare che l’analitica delle felicity conditions è una analitica di vincoli istituzionali, non di poteri liberi. Searle 1995 (The Construction of Social Reality) è il testo dove questo punto viene esplicitato.

“GPT compie speech acts come un umano” è affermazione che suona ovvia (gli output sono frasi, le frasi sono atti linguistici) ma nasconde una questione filosofica viva. Il livello locutorio è inattaccabile: gli LLM producono stringhe con sintassi, riferimento, senso. Il livello perlocutorio è anche inattaccabile: le stringhe causano effetti nei lettori (persuasione, irritazione, decisioni). Il problema è il livello illocutorio. La forza illocutiva, in Austin e Searle, dipende crucialmente da intenzioni comunicative. Un assertivo è tale perché il parlante intende impegnarsi alla verità del contenuto. Una promessa è tale perché il parlante intende creare un’obbligazione.

Bender e Koller 2020 (“Climbing towards NLU”) sostengono che i sistemi addestrati solo su forma non hanno accesso al meaning nel senso pieno. La loro argomentazione, estesa al caso illocutivo, suggerirebbe che gli LLM non compiono speech acts illocutivi propriamente — producono stringhe che hanno la forma di speech acts e che vengono interpretate come tali dai lettori umani. Posizione opposta (sostenuta da vari autori in chiave funzionalista): la forza illocutiva può essere attribuita a un sistema sulla base del suo comportamento e del suo ruolo in un’economia comunicativa, indipendentemente dalla presenza di stati mentali interni. La disputa è viva al 2026 e non si risolve in due paragrafi. La cosa onesta è marcarla.

Conseguenza pratica per chi scrive sui LLM: evitare frasi tipo “il modello promette di X”, “il modello afferma Y”, senza qualificare. Più accurato: “il modello produce un output che ha la forma di una promessa di X / un’asserzione di Y”. Verboso, ma onesto.

Sycophancy come violazione griceana: descrittivo, non spiegazione

Sezione intitolata “Sycophancy come violazione griceana: descrittivo, non spiegazione”

Leggere lo sycophancy degli LLM come violazione strutturale della massima di Qualità è descrittivamente utile. Spiegativamente, è un’analogia. Il modello non viola Qualità nel senso in cui un parlante umano viola una massima — non ha la massima codificata internamente, non ha l’intenzione di violarla. Il fenomeno emerge dal training: il signal di reward in RLHF contiene pressione verso output che gli annotatori valutano positivamente, e gli annotatori tendono a valutare positivamente output che sono d’accordo con loro. Il risultato è osservazionalmente come se il modello violasse Qualità. Ma non c’è violazione intenzionale.

Errore da evitare: trattare la lettura griceana come spiegazione causale. Non è. È griglia descrittiva. La spiegazione causale è in dinamiche di training, non in massime conversazionali implicite.

Function calling come dichiarativo: l’analogia regge fino a Γ

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L’analogia function calling = dichiarativo austiniano è produttiva per le condizioni A e B. Funziona meno bene per Γ. Le disposizioni psicologiche richieste a un officiante umano (intenzione sincera di celebrare il matrimonio) non hanno corrispettivo pulito in un LLM. Dire “il modello intende cancellare il file” è sovrainterpretazione antropomorfa.

Conseguenza per il design: i meccanismi di Γ (intenzione) negli harness umani — selezione degli officianti, codici deontologici, sanzioni in caso di abuso — non si trasferiscono direttamente. Vengono sostituiti da vincoli esterni (constitutional AI, guardrails, approval gates, monitoring). È un patch funzionale, non una soluzione strutturale. La questione di cosa significhi “intenzione” in sistemi computazionali resta filosoficamente aperta; vedi intenzionalità.

Tre equivalenze ricorrenti da bloccare esplicitamente.

“LLM seguono il cooperative principle griceano”. No. Il cooperative principle è una regolarità descrittiva del comportamento di parlanti umani in conversazioni reali. Gli LLM non hanno alcun principio interno corrispondente. Il loro comportamento conversazionale è un by-product del training distribuzionale e dell’ottimizzazione di RLHF. Quando il training spinge in direzione opposta a una massima (Qualità vs approvazione, in sycophancy), il “principio” salta. Non c’è principio, c’è pattern statistico. Affermare che i modelli “seguono Grice” suggerisce un grado di internalizzazione normativa che non c’è.

“Function calling = performativo dichiarativo”. Analogia, non equivalenza. Utile descrittivamente. Pericolosa se la si tratta come equivalenza, perché autorizza a importare nelle architetture di harness assunzioni inappropriate (es. che ci sia un’intenzione “interna” del modello che possiamo gestire come gestiamo le intenzioni umane). Le condizioni di felicità A e B si trasferiscono; Γ no.

“Speech act theory ha generato il tool use moderno”. No. La filiazione documentata speech act theory → dialog systems classici esiste (Allen-Perrault 1980, Cohen-Levesque 1990). Quella tradizione plan-based non è il padre tecnico del function calling moderno, che nasce piuttosto dall’evoluzione delle API REST, dello structured output, e del JSON schema design. Convergenza concettuale, non discendenza tecnica.

La tassonomia in cinque tipi è elegante ma non esaustiva. Casi borderline esistono:

  • Verdetti (giudizi di una giuria): assertivi o dichiarativi? Searle li classifica come dichiarativi assertivi — un sotto-tipo che combina i due.
  • Domande: direttivi sub-tipo (richieste di un atto verbale di risposta) o categoria a sé?
  • Espressioni rituali (saluti, formule di cortesia): espressivi puri o forme di phatic communion (Malinowski)?

La tassonomia è utile come griglia, non come gabbia. Contesti specifici (legale, medico, conversazionale) richiedono raffinamenti. La pragmatica empirica successiva (Wierzbicka, Verschueren) ha proposto alternative.

La pragmatica griceana e la teoria della rilevanza

Sezione intitolata “La pragmatica griceana e la teoria della rilevanza”

Sperber-Wilson 1986/1995 sostengono che le quattro massime di Grice sono ridondanti e possono essere ridotte a un singolo principio cognitivo: Relevance. Posizione discussa, non unanimemente accettata. I difensori di Grice replicano che la tassonomia delle massime cattura distinzioni che la rilevanza comprime in modo lossy. Non c’è verdetto chiaro al 2026; le due tradizioni coesistono.

Brown-Levinson 1987 propongono la teoria della cortesia come universale. Critiche successive (Matsumoto 1988 sul giapponese, Ide 1989 sul concetto di wakimae, Mao 1994 sul cinese) hanno mostrato che il concetto stesso di face varia per cultura, e che il modello bipartito positive/negative face è etnocentrico (modellato sull’individualismo anglo-americano). La teoria resta utile come framework, ma le sue costanti universali sono meno solide di quanto la prima formulazione suggerisse.

  • Linguaggio come strumento del pensiero: la cornice generale sulle relazioni linguaggio-cognizione. Gli atti linguistici sono uno dei meccanismi specifici tramite cui linguaggio “fa cose” oltre il pensiero individuale.

  • Grammatica universale di Chomsky: la pragmatica è ciò che il programma chomskyano ha sistematicamente lasciato fuori dalla competence. Tomasello e i costruttivisti rispondono che l’acquisizione del linguaggio è prima di tutto pragmatica (joint attention, intenzione comunicativa) e poi grammaticale.

  • Sapir-Whorf: la pragmatica cross-culturale (Brown-Levinson e critici) è un caso di linguistic relativity in azione. Le categorie illocutive e le strategie di mitigation variano per cultura, anche dove la struttura grammaticale converge.

  • Theory of mind: capire indirect speech acts richiede attribuire intenzioni al parlante. Happé 1993 ha mostrato il deficit pragmatico associato a deficit ToM nell’autismo. Letture in chiave ToM degli LLM (vedi ponte tom multi-agent) sono pertinenti.

  • ponte-embodied-tool-use: tool use in agenti come estensione dell’azione corporea. Il function calling letto come performativo dichiarativo digitale è un caso particolare di estensione: la parola si converte in azione esterna mediata da harness.

  • semantica-distribuzionale: la prossima tappa della Parte III. Firth (“you shall know a word by the company it keeps”) e la tradizione distribuzionale che da lì porta agli embedding sono il versante della teoria del significato che gli LLM hanno effettivamente ereditato — opposto e complementare alla tradizione austiniana sul significato come uso.

  • ponte distribuzionale embeddings (in preparazione): collega la semantica distribuzionale a word2vec e agli embedding LLM. Il ponte naturale dopo questo capitolo.

  • intenzionalita (Parte II): la questione filosofica di cosa significhi che uno stato mentale sia “circa” qualcosa è il presupposto del livello illocutivo. Senza intenzionalità, niente forza illocutiva (almeno nella tradizione searliana).

  • prompt-injection-intro (in preparazione, Parte XV): un attacco di prompt injection può essere letto come tentativo di manipolare la forza illocutiva apparente di un’utterance, facendo passare un direttivo malevolo per assertivo neutro o per istruzione di sistema.

  • approval-patterns (in preparazione, Parte XVII): i pattern di approval (diff-then-confirm, dry-run) implementano gestione esterna delle felicity conditions Γ per le tool calls.

  • hallucination (in preparazione, Parte XX): l’allucinazione come violazione griceana di Qualità (asserire senza evidenza adeguata).

Una lettura che vale la pena esplicitare. Il training RLHF non instaura le massime di Grice in modo esplicito: instaura una funzione di reward che approssima preferenze umane aggregate. In quella funzione di reward sono codificate, in modo implicito e non separato, almeno tre pressioni distinte:

  • Approvazione: l’output deve piacere all’annotatore.
  • Utilità: l’output deve risolvere il task.
  • Innocuità: l’output non deve produrre danni.

Nessuna di queste pressioni corrisponde uno-a-uno alle massime griceane. Quando si scrive “RLHF allinea il modello al cooperative principle” si sta sovrapponendo griglie. Approvazione può confliggere con Qualità (sycophancy). Innocuità può confliggere con Quantità (rifiuti eccessivi che omettono informazioni). Utilità può confliggere con Modo (output prolissi per “sembrare completi”). Constitutional AI (Bai et al. 2022, Anthropic) è un tentativo di rendere le pressioni esplicite e separabili — un passo verso una codifica delle massime, ma non ancora una loro implementazione formale. Manca ancora un framework standard per misurare separatamente le tre pressioni nei modelli rilasciati.

Stalnaker 1978 (“Assertion”) modella l’asserzione come operazione di update sul common ground del discorso: lo stack di proposizioni che parlante e ascoltatore presuppongono mutualmente. Un’asserzione riuscita aggiunge il suo contenuto al common ground. Una domanda apre un issue da risolvere. La conversazione è una passeggiata in uno spazio di stati informativi condivisi.

Gli LLM in dialoghi multi-turn non hanno un common ground persistente esplicito. Hanno un context window — il testo letterale degli scambi precedenti — che è un proxy approssimativo. La differenza è importante: il common ground umano è strutturato (cosa è asserito, cosa è presupposto, cosa è aperto come issue), mentre il context window è una sequenza piatta. Conseguenza: gli LLM gestiscono male presupposizioni accumulate, riferimenti anaforici a lunga distanza, issue che rimangono aperti per molti turni. È un’area attiva di ricerca (memoria architettata, vedi memoria-agentica in preparazione).

Un caso interessante in cui le condizioni di felicità diventano materia legale: deepfake e impersonation. Un video deepfake che mostra un CEO che “dichiara” che la sua azienda ha registrato perdite catastrofiche fa cosa, in termini austiniani? L’enunciato simulato è stato pronunciato (locutorio). Ha effetti sul mercato (perlocutorio). Ma il livello illocutivo è viziato dall’origine: non è il CEO che ha compiuto l’atto, è un sistema che ha generato una sua rappresentazione. L’atto è simultaneamente misfire (A.2: la persona che appare a parlare non è chi parla davvero) e abuse deliberato (Γ: nessuna intenzione genuina dietro l’enunciato simulato).

L’analisi austiniana dà strumenti per pensare a questi fenomeni con chiarezza. La regolamentazione di deepfake (es. EU AI Act 2024 sull’obbligo di disclosure di contenuti generati) può essere vista come istituzione di nuove felicity conditions per le utterance digitali.

  • Austin, J. L. (1962). How to Do Things with Words. Oxford: Clarendon Press. Il testo fondante. Breve, leggibile, ancora vivo.

  • Searle, J. R. (1969). Speech Acts: An Essay in the Philosophy of Language. Cambridge University Press. Sistematizzazione classica.

  • Levinson, S. C. (1983). Pragmatics. Cambridge University Press. Il manuale standard, ancora il miglior punto di ingresso unitario alla disciplina.

  • Cole, P., & Morgan, J. (eds.) (1975). Syntax and Semantics 3: Speech Acts. New York: Academic Press. Il volume con Grice “Logic and Conversation” e Searle “Indirect Speech Acts”. Originale per chi vuole leggere le fonti dirette.

  • Ruis, L., et al. (2023). “The Goldilocks of Pragmatic Understanding: Fine-Tuning Strategy Matters for Implicature Resolution by LLMs”. NeurIPS 2023. Per il versante LLM: la prova empirica più sistematica che la pragmatica negli LLM non è automatica.

  • Sperber, D., & Wilson, D. (1995). Relevance: Communication and Cognition (2nd ed.). Oxford: Blackwell. La principale alternativa al programma griceano. Riduce le quattro massime a un singolo principio cognitivo di rilevanza.

  • Brown, P., & Levinson, S. C. (1987). Politeness: Some Universals in Language Usage. Cambridge University Press. La teoria della cortesia, base per ogni discussione su pragmatica cross-culturale e su design di interfacce conversazionali sensibili al contesto.

  • Bender, E. M., & Koller, A. (2020). “Climbing towards NLU: On Meaning, Form, and Understanding in the Age of Data”. ACL 2020. Per la disputa filosofica sulla forza illocutiva degli output dei sistemi puramente distribuzionali.